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L’accettazione che ti vendono nella crescita personale è una fregatura: ti insegnano a subire e chiamarla virtù. La vera accettazione è attiva: accogli la realtà per quello che è, ma tagli ciò che è incompatibile con te. Un’accetta qua e un’accetta lì. La ricerca conferma che reprimere fa danni seri (fino al +35% di mortalità prematura). Smettila di mandare giù rospi: trasformali in filetto.
L’accettazione ti sta fregando (soprattutto se sei in gamba)
Un saggio dice che solo quando una zanzara ti si posa sui testicoli capisci e accetti che i problemi non si risolvono con la violenza.
Ecco, questa battutaccia la dovevo piazzare subito, perché il tema dell’accettazione è uno di quelli pesanti. E quando un tema è pesante, una risata è come una bolla d’aria: ti fa tornare a galla.
Detto questo, parliamo di cose serie.
Nell’ambito della crescita personale, “accetta” è diventata una di quelle parole magiche che risolvono tutto. Non ti piace il tuo lavoro? Accetta. Il tuo partner ti tratta come un distributore automatico di favori? Accetta. Tuo figlio fa quello che gli pare e tu devi stare zitto perché altrimenti sei un genitore che non ama incondizionatamente? Accetta, accetta, accetta.
Il problema è che questa versione dell’accettazione è una fregatura colossale. Soprattutto per le persone in gamba.
Il paradosso di chi è bravo a subire
C’è una cosa che ho notato in anni di lavoro come psicologo: le persone più sensibili, più disponibili, più orientate a fare la cosa giusta, sono anche quelle che si fregano di più con l’accettazione. Hanno un intento bellissimo (magari ce l’avessero tutti), ma quel bisogno di essere brave persone si ritorce contro di loro come un boomerang.
E non lo dico a sensazione.
Uno studio pubblicato nel 2013, condotto da ricercatori della Harvard School of Public Health e della University of Rochester, ha seguito 729 persone per 12 anni. Il risultato? Chi sopprimeva abitualmente le proprie emozioni aveva un rischio di morte prematura più alto del 35% rispetto a chi le esprimeva. Il rischio di morire di cancro saliva addirittura del 70%.
Stiamo parlando di dati reali. Non di filosofia da salotto.
E la cosa paradossale è che queste persone non si sentono nemmeno “represse”. Si sentono responsabili. Si sentono mature. Si sentono quelle che tengono in piedi la baracca. E intanto, dentro, accumulano. Accumulano finché non arriva l’ultima goccia e sboccano. E a quel punto, ovviamente, passano dalla parte del torto.
Ti è mai capitato? Di tenere, tenere, tenere, e poi esplodere per una sciocchezza, tipo il tubetto del dentifricio lasciato aperto, e pensare “ma che cacchio mi sta succedendo?”
Ecco, quello che ti stava succedendo è che non stavi accettando. Stavi subendo.
Accettare non è subire (e nemmeno rassegnarsi)
Qui dobbiamo fare un po’ di chiarezza, perché la confusione è enorme.
Accettare, nella sua etimologia, viene dal latino accipere: prendere verso di sé, con un atteggiamento attivo. È una scelta consapevole di farsi carico della realtà così com’è, senza negarla e senza idealizzarla. Ma “farsi carico” non significa “farsela andare bene per forza”.
Uno studio di Stanford del 2012 (Braams, Blechert, Boden e Gross) ha confrontato direttamente gli effetti dell’accettazione e della soppressione emotiva. Chi utilizzava l’accettazione come strategia mostrava una riduzione significativa dell’ansia, del dolore percepito e delle risposte cardiache difensive. Chi sopprimeva, al contrario, mostrava un aumento della frequenza cardiaca e un recupero più lento dallo stress.
In parole semplici: accettare davvero ti calma. Subire fingendo di accettare ti logora.
Psychology Today, in un articolo recente, ha definito con chiarezza la differenza: la rassegnazione è passiva, porta un senso di impotenza e un atteggiamento da “tanto non cambierà mai niente”. L’accettazione, al contrario, è un processo attivo: significa riconoscere ciò che è successo, capire che ha un senso (anche se fa male), e decidere come muoversi da lì.
E qui arriva la parte che mi diverte: nell’italiano abbiamo un gioco di parole bellissimo. “Accettare” e “accetta”. L’etimologia è diversa (una dal latino, l’altra dal germanico), ma il suono ci regala un’immagine potente. La vera accettazione ha due facce: da una parte accogli, dall’altra tagli. Un’accetta qua e un’accetta lì. In questo modo tuteli i tuoi interessi e fai del bene a te stesso.
La lezione della zanzara (e perché i cani ci fregano)
Per capire come funziona l’accettazione sana, pensa alla zanzara.
Una zanzara è un essere vivente. Posso comprendere che abbia il diritto di esistere, che succhiare il sangue faccia parte della sua natura, che non lo faccia con cattiveria. Posso accettare tutto questo.
Ma questo non significa che le lascio succhiare il sangue.
Se si avvicina, la schiaccio (a meno che non si sia posata in zone delicate, nel qual caso forse è meglio perdere qualche goccia di sangue piuttosto che provare un dolore molto più forte).
Ecco, questa è la vera accettazione. Riconosco la natura della cosa. La comprendo. E poi decido come regolarmi, rispettando anche la mia di natura.
Con i cani e i gatti funziona benissimo: capiamo i loro bisogni, riconosciamo la loro natura, e ci regoliamo di conseguenza senza sentirci in colpa. Con le persone, invece, scatta un cortocircuito. Se il collega ti scarica addosso le sue urgenze, se l’amica arriva sempre con un’ora di ritardo, se il cliente pretende l’impossibile, tu dovresti “accettare” perché altrimenti sei poco empatico.
No. Dovresti accettare che quella persona funziona così. E poi decidere come proteggerti.
L’orso bianco e il rospo: perché forzarsi non funziona mai
Nel 1987, lo psicologo di Harvard Daniel Wegner ha fatto un esperimento semplicissimo. Ha chiesto a un gruppo di persone di non pensare a un orso bianco. Il risultato? Quelle persone pensavano all’orso bianco molto più spesso di chi non aveva ricevuto nessuna istruzione.
Wegner lo ha chiamato “effetto paradossale della soppressione del pensiero”: più cerchi di non pensare a qualcosa, più quel qualcosa ti ossessiona. E funziona esattamente così anche con le emozioni. Più ti sforzi di accettare qualcosa che non riesci a mandare giù, più ti rode dentro.
A proposito di mandare giù: chi l’ha detto che un rospo si debba mandare giù? Il rospo non si manda giù. Si deve, mano a mano, ammorbidire, elaborare e trasformare in una fettina di filetto. In questo modo vedrai che andrà giù molto bene. Ci accomodiamo nei confronti della cosa scomoda e troviamo una dimensione in cui, alla fine, riusciamo a digerire.
L’incompatibilità non è un fallimento
C’è un altro pezzo che manca nel discorso mainstream sull’accettazione: il concetto di incompatibilità.
Quando incontri qualcuno (o qualcosa) che non funziona con te, hai due opzioni. La prima è l’accanimento terapeutico: cerchi di forzare l’incastro, spingi, modelli, ti contorci, e alla fine ti ritrovi esausto e incazzato. La seconda è riconoscere l’incompatibilità, accettarla come dato di fatto, e creare la distanza necessaria.
Le calamite ci insegnano questa lezione ogni giorno. Due lati si attraggono, gli altri due si respingono. Puoi spingere quanto vuoi: quei due lati non si attaccheranno mai. Devi rigirare le facce e trovare il verso giusto per integrarti.
Ho vissuto questa cosa sulla mia pelle. Anni fa, degli amici mi proposero di entrare in un’associazione. Mi ci buttai, ma dopo un po’ iniziai a sentire che il ruolo che mi avevano affibbiato non era il mio. La rabbia cominciava a salire, e quando la rabbia sale, di solito, il passo successivo è diventare antipatici nelle risposte.
Allora mi sono fermato. Ho detto: “Guardate, su questo, questo e questo non sono d’accordo. Capisco che vogliate creare la vostra associazione e che siate stati voi a propormelo, però io in queste condizioni non ci sto. Se non si può fare diversamente, mi tiro fuori. Patti chiari, amicizia come prima.”
Non siamo andati a guastare una relazione che, altrimenti, si sarebbe rovinata. E la cosa più bella? Quando ho realizzato che semplicemente non dovevo stare dentro quella situazione, mi sono rilassato tantissimo.
Spider-Man e la trappola del “fattene una ragione”
Sono andato a vedere l’ultimo Spider-Man in 3D (per chi non lo sapesse, il 3D mi rilassa molto, e devo dire che era anche un 3D di ottima qualità).
Spider-Man è famoso per la citazione:
“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità.”
Traduzione pratica? Farai una vita di merda, fattene una ragione.
Ecco, “fattene una ragione” è una frase curiosa, perché in realtà l’accettazione è tutto tranne che qualcosa di ragionevole. È un processo emotivo profondo. Come diceva Pascal, il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce. Non puoi accettare attraverso un processo puramente cognitivo. Se ci provi, ti ritrovi in quella situazione classica: “Ho capito, sì, però mi rode. Non riesco a mandare giù il rospo.”
L’accettazione forzata, la forzatura, è un po’ l’emblema dell’uscire dalla zona di comfort. Per me, uscire dalla zona di comfort significa forzarsi in una direzione sbagliata, contro natura, contro chi siamo. La direzione giusta è l’opposta: accettare significa vedere bene la realtà, riconoscere cosa non funziona, e da lì decidere come muoversi. Senza violenza. Senza forzature. Con calma, lucidità e sintesi.
L’accettazione come strumento, non come resa
Riassumo tutto con un’immagine.
L’accettazione non è un divano su cui ti butti quando sei troppo stanco per combattere. È una lente. Una lente che ti aiuta a vedere la realtà per quello che è, senza negarla e senza idealizzarla. E una volta che vedi bene, puoi decidere: cosa accolgo e cosa taglio?
Quando stai male dentro una situazione, il tuo corpo ti sta comunicando che l’accettazione è forzata. Stai subendo, non accettando. Stai reprimendo, non accogliendo. E la repressione, come ci insegnano i dati, non è funzionale al tuo benessere. Prima o poi, esplode.
Sentire di poter scegliere ciò che è meglio per te non è in antitesi con l’accettare la realtà. È l’unica versione sana dell’accettazione che esiste.
Un’accetta qua e un’accetta lì.
E vedrai che la vita diventa molto più comoda.
Dottor Emilio Gerboni
Stay cushy, not pushy! 🦥
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FAQ – Domande frequenti sull’accettazione forzata
Qual è la differenza tra accettazione e rassegnazione?
L’accettazione è attiva: scegli consapevolmente di riconoscere la realtà per quello che è, senza negarla, e da lì decidi come muoverti. La rassegnazione è passiva: ti arrendi, smetti di cercare alternative e ti fai andare bene qualcosa che ti fa stare male. La prima ti dà potere, la seconda te lo toglie. Se dentro senti sollievo, stai accettando. Se senti un peso sordo che non se ne va, stai subendo.
Perché l’accettazione forzata fa male alla salute?
Quando forzi l’accettazione, in realtà stai reprimendo le tue emozioni. Lo studio della Harvard School of Public Health e della University of Rochester (2013) ha dimostrato che chi sopprime abitualmente ciò che sente ha un rischio di morte prematura più alto del 35%. La soppressione emotiva cronica mantiene il sistema nervoso in uno stato di allerta costante, con effetti documentati su pressione sanguigna, sistema immunitario e salute cardiovascolare. Non è filosofia: è biologia.
Come faccio a capire se sto accettando davvero o sto solo subendo?
Ci sono alcuni segnali piuttosto chiari. Se dopo aver “accettato” qualcosa senti un sollievo genuino e riesci a lasciar andare, quella è accettazione reale. Se invece continui a rimuginare, senti rabbia che monta, hai il corpo contratto (spalle, mascella, stomaco) e ti ritrovi a esplodere per sciocchezze dopo settimane di “pazienza”, stai subendo. Il corpo non mente: quando forzi, lui te lo dice.
Accettare un’incompatibilità significa tagliare fuori le persone?
No, significa smettere di forzare un incastro che non funziona. Puoi riconoscere che una persona ha il diritto di essere com’è (come la zanzara ha il diritto di esistere) senza per questo lasciarle succhiare il sangue. A volte basta creare distanza su un aspetto specifico, non su tutta la relazione. La metafora della calamita funziona bene: due lati si attraggono, gli altri due si respingono. Non devi buttare via la calamita, devi trovare il verso giusto.
L’accettazione forzata è collegata all’uscire dalla zona di comfort?
Assolutamente sì. Forzarsi ad accettare ciò che ci fa stare male è una delle forme più comuni di “uscire dalla zona di comfort” spacciata per crescita. In realtà è l’opposto della crescita: è violenza verso se stessi, camuffata da virtù. L’evoluzione comoda funziona al contrario: prima vedi bene la realtà (calma), poi capisci cosa sta succedendo (lucidità), poi fai solo quello che serve (sintesi). Senza forzature, senza rospi da mandare giù interi.
Se smetto di accettare tutto, non divento egoista?
Questa è la paura che blocca la maggior parte delle persone in gamba. Ma pensa a una cosa: se continui ad accettare tutto fino a scoppiare, quando esplodi fai molto più danno che se avessi detto “no” con calma al momento giusto. Come nella storia dell’associazione raccontata nell’articolo: dire “in queste condizioni non ci sto” con pacatezza ha salvato la relazione. Subire in silenzio l’avrebbe distrutta. Mettere confini non è egoismo, è manutenzione delle relazioni.
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La guida per la tua evoluzione comoda. Sono Psicologo-Psicoterapeuta, Trainer-Coach. Ideatore della Strategia Quietmood. Direttore del centro Quietmood di Bologna e direttore della collana BINARIO| libri x evolversi della Dario Flaccovio Editore. Autore del libro LA VITA INIZIA NELLA COMFORT ZONE, Flaccovio Editore, 2022
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