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Spoiler alert: parliamo apertamente di Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance), il film di Alejandro González Iñárritu con Michael Keaton.
Quindi, se ancora non l’hai visto e vuoi conservarti l’effetto “ma che cacchio sto guardando?”, torna qui dopo.
Birdman è un film che mette ansia quasi fisicamente.
La batteria jazz che ti rincorre, i corridoi stretti del teatro, la macchina da presa che sembra non fermarsi mai. Non c’è un momento in cui puoi appoggiare il sistema nervoso sul divano e dirgli: “Bene, ora possiamo respirare”.
E forse è proprio questo il punto.
Riggan Thomson, ex star di una saga di supereroi, vuole riscattarsi. Vuole dimostrare di essere un attore vero, un artista serio, uno che sa fare qualcosa oltre a indossare un costume da volatile muscoloso e salvare il pianeta da mostri digitali che sembrano fatti con PowerPoint.
Scrive, dirige e interpreta uno spettacolo teatrale tratto da Raymond Carver. Ma sotto questa operazione culturale, sotto Broadway, sotto le recensioni, sotto le luci, c’è una domanda molto più semplice e molto più pericolosa:
“Io conto qualcosa?”
Ecco. Qua iniziano le insidie.
Il problema di Riggan non è Birdman
Birdman è la voce interiore che tormenta Riggan.
Lo deride, lo tenta, gli ricorda quanto era potente, desiderato, riconoscibile. Gli promette fama, consenso, esplosioni, adorazione di massa. Gli suggerisce di smettere di cercare profondità e tornare a fare ciò che il pubblico capisce subito.
Una parte di noi conosce bene quel tipo di voce.
Non serve avere interpretato un supereroe al cinema. Basta essersi identificati per anni con un ruolo: quello competente, quello forte, quello disponibile, quello brillante, quello che risolve tutto, quello che non chiede mai niente.
All’inizio quel ruolo ti protegge.
Poi diventa una specie di costume incollato alla pelle.
E quando provi a toglierlo, arriva la vocina: “Ma chi credi di essere senza questa roba qua?”. Una vocina con la grazia di un corvo che ti urla nell’orecchio mentre cerchi di fare la dichiarazione dei redditi.
Birdman è un alter ego grandioso, certo. Ma è anche una difesa.
Quando sentirsi piccoli, fragili o irrilevanti fa troppo male, la mente può costruire un personaggio enorme. Un personaggio che compensa. Che ti fa sentire sopra gli altri. Che ti promette: “Se torni ad essere speciale, nessuno potrà più ignorarti”.
Il problema è che quel patto costa carissimo.
Perché per restare speciali devi performare sempre.
La performance sociale è un teatro senza sipario
Il teatro in Birdman non è solo il luogo in cui si svolge la storia.
È il backstage della vita.
Nei corridoi angusti accadono litigi, tradimenti, umiliazioni, attacchi d’ansia, rivalità e richieste disperate di riconoscimento. Sul palco, invece, tutti cercano la verità.
Che paradosso magnifico e un po’ inquietante.
Uno dei personaggi dice, in sostanza, che sul palco riesce a essere autentico mentre nella vita finge. E questa frase racconta una cosa che succede molto più spesso di quanto ci piaccia ammettere.
Ci sono persone che sanno lavorare benissimo, parlare in pubblico, prendersi responsabilità enormi, essere perfette nel loro ruolo. Poi tornano a casa e non sanno più chi sono senza una funzione da svolgere.
Sono state talmente brave a diventare utili che hanno perso il contatto con il proprio assetto corretto.
E allora il riposo diventa inquinato.
Il silenzio diventa sospetto.
Una serata senza risultati, senza messaggi, senza qualcuno che ti guarda e ti valuta, sembra quasi uno spreco.
Madonna.
La cultura della performance ci ha venduto l’idea che una persona vale nella misura in cui riesce a rendersi visibile, desiderabile, produttiva o eccezionale. E quando non ci riesce, pensa di avere un difetto di fabbrica.
Riggan non riesce a funzionare dentro questa logica. Però non riesce nemmeno a uscirne.
Cambia palcoscenico, passando dal cinema commerciale al teatro “alto”, ma porta con sé lo stesso bisogno: essere finalmente riconosciuto come qualcuno che conta.
Amore o ammirazione?
Questa è forse la ferita più grossa del film.
Riggan cerca amore, ma spesso rincorre ammirazione.
Sono due cose diverse, anche se da lontano sembrano parenti stretti che si presentano al pranzo di Natale con lo stesso maglione.
L’ammirazione ti mette in alto.
L’amore ti vede anche quando sei a terra.
L’ammirazione ha bisogno che tu resti interessante.
L’amore, quello sano, sopravvive pure quando non hai niente da dimostrare e magari sei in pigiama con una macchia di sugo che pare la Sindone.
Quando confondiamo queste due cose, diventiamo dipendenti dalla performance. Cerchiamo attenzioni per sentirci vivi. Cerchiamo conferme per sentirci degni. Cerchiamo approvazione e la chiamiamo autostima, ma l’autostima non può vivere in affitto dentro la testa degli altri.
Perché gli altri cambiano idea.
Il pubblico si distrae.
I social passano oltre.
La critica ti etichetta.
E tu resti lì, con la domanda di prima: “Se nessuno mi guarda, esisto ancora?”
La risposta dovrebbe essere banalissima: certo che esisti.
Però banalissima non significa facile. Altrimenti avremmo risolto metà dei problemi umani con un post-it sul frigorifero.
Sam e la libertà di non essere importanti
La figlia di Riggan, Sam, gli dice una cosa durissima: lui sta facendo tutto questo perché ha paura di non contare niente.
E poi gli suggerisce di farci l’abitudine.
Una frase brutale? Sì.
Anche liberatoria, se la prendiamo nel verso giusto.
Non dover essere importanti per forza può restituirti un sacco di spazio mentale. Puoi fare un lavoro senza trasformarlo nella prova definitiva del tuo valore. Puoi smettere di pretendere che ogni scelta sia epica, ogni relazione memorabile, ogni giornata degna di un documentario Netflix.
Puoi vivere.
Fare poco è difficile, perché siamo stati addestrati a sentirci colpevoli quando non produciamo, non miglioriamo, non conquisiamo, non performiamo.
Il guerriero deve vincere.
Il bradipo, invece, ogni tanto si appoggia al ramo e guarda il mondo che corre in tondo.
E ha capito parecchie cose.
Accogliere la propria “non importanza” non vuol dire diventare insignificanti o rinunciare ai desideri. Vuol dire smettere di mettere la propria esistenza sotto esame ogni cinque minuti.
Vuol dire passare dalla grandiosità al radicamento.
Dalla tensione di dover dimostrare al piacere di esserci.
I corridoi, la batteria e la mente che non si ferma
Il falso piano-sequenza di Iñárritu è una trovata tecnica clamorosa, ma non serve solo a fare il figo con la cinepresa. Ti fa sentire intrappolato nella mente di Riggan.
Non ci sono pause nette.
Non c’è una vera uscita.
La macchina da presa attraversa camerini, scale, corridoi, palcoscenico, tetti. Tutto sembra collegato e soffocante, come quando hai troppe cose aperte in testa e una parte di te continua a dire: “Aspetta, dobbiamo risolvere anche questa”.
La batteria di Antonio Sánchez fa il resto.
A volte sembra colonna sonora. A volte sembra il pensiero di Riggan. A volte compare davvero nella scena, come se il film dicesse: “Sì, amico mio, questa ansia ha pure un percussionista personale”.
Il ritmo non concede tregua perché Riggan non se la concede.
E questa è una lettura psicologica interessante: l’ansia non nasce soltanto da ciò che accade fuori. Spesso viene mantenuta da un sistema interno che non permette mai di abbassare lo scudo.
Per alcune persone fermarsi è pericoloso.
Se mi fermo, sento la tristezza.
Se mi fermo, sento il vuoto.
Se mi fermo, magari scopro che non so più cosa desidero davvero.
Allora via, di nuovo in scena.
Più impegni, più rumore, più obiettivi, più casino.
Un criceto con il curriculum LinkedIn.
Il volo finale e la domanda che resta aperta
Nel finale, Riggan vola davvero? Lo immagina? È una liberazione? È una fuga definitiva dalla realtà?
Il film non chiude la questione, per fortuna.
Le opere troppo ordinate, ogni tanto, sono come quei guru che hanno una risposta pronta per tutto. Ti danno una sensazione di controllo, poi scopri che dentro c’è la stessa profondità di un biscotto della fortuna.
L’ambiguità di Birdman ci lascia con una domanda più utile: quando cerchiamo di liberarci dalla nostra gabbia, stiamo tornando alla realtà o stiamo solo costruendo un’altra fantasia?
Per me, la libertà di Riggan non sta nel volare.
Sta nel momento in cui una persona riesce a non farsi guidare più dalla propria voce grandiosa, da quella parte che pretende spettacolo, conferme e successo per autorizzarti ad esistere.
La calma è una strategia.
La lucidità ti aiuta a riconoscere il costume che indossi da troppo tempo.
La sintesi ti permette di smettere di lottare con ogni pensiero che passa, come se fossi Batman contro una fila di piccioni arrabbiati.
Birdman non ci invita a diventare meno ambiziosi.
Ci invita a chiederci da dove arriva la nostra ambizione.
Dal desiderio di creare qualcosa che ci somiglia?
O dalla paura di non essere abbastanza, se nessuno applaude?
Sono due motori completamente diversi.
E solo uno dei due può portarci verso una comfort zone che regge.
Se hai visto Birdman, raccontami quale scena ti è rimasta addosso. Quella che, magari, ti ha fatto ridere un secondo e poi pensare: “Ah. Mannaggia. Questa un po’ parla di me”.
Un abbraccione dal dottor Emilio Gerboni.
Stay cushy, not pushy! Ciao!
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FAQ su Birdman
Birdman è un film sulla sindrome dell’impostore?
Anche. Riggan Thomson vive una forma estrema di scollamento tra ciò che ha realizzato e il valore che riesce ad attribuirsi. Ha avuto successo, è famoso, ha lavorato per anni, eppure sente che tutto questo non basta a renderlo “davvero” qualcuno. È la trappola della sindrome dell’impostore portata sul palco di Broadway, con una batteria jazz che ti prende a schiaffi.
Cosa rappresenta Birdman nel film?
Birdman è l’alter ego grandioso di Riggan: una voce interna che gli promette potere, fama e adorazione. Psicologicamente, può essere letto come la parte di noi che vuole salvarci dalla vergogna e dalla paura di non contare niente, spingendoci però a inseguire una performance senza fine.
Il finale di Birdman significa che Riggan vola davvero?
Il finale resta volutamente aperto. Il volo può rappresentare una fantasia, una liberazione simbolica, un’ultima allucinazione o una fuga dalla realtà. La domanda interessante non è risolvere il giallo come il tenente Colombo con le ali, ma capire quanto spesso anche noi usiamo fantasie di successo o grandezza per non sentire ciò che ci fa paura.
Perché il film mette così tanta ansia?
La regia usa il falso piano-sequenza, i corridoi stretti del teatro e la colonna sonora percussiva per farci entrare nel flusso mentale del protagonista. Sembra di non avere mai una pausa, proprio come accade quando viviamo fuori assetto e la testa continua a macinare problemi, giudizi e scenari apocalittici.
Che rapporto c’è tra Birdman e la cultura dei social?
Il film mostra una società in cui sentirsi visti rischia di diventare più importante che sentirsi vivi. Visualizzazioni, popolarità e approvazione esterna sembrano prove di esistenza. Ma la visibilità non coincide con il valore personale, e l’ammirazione non garantisce amore o appartenenza.
Cosa insegna Birdman sulla ricerca di approvazione?
Che cercare conferme è umano, chiaramente. Il problema arriva quando le conferme diventano l’unico modo per sentirsi validi. In quel momento ogni giudizio può farci crollare e ogni successo dura quanto una story vista di fretta mentre qualcuno è in fila al supermercato.
Perché il teatro è così importante nel film?
Il teatro rappresenta il luogo in cui i personaggi cercano verità, prestigio e una nuova identità. Ma è anche la metafora della vita sociale: ruoli, maschere, pubblico, giudizi e tentativi di sembrare all’altezza. Il punto non è smettere di avere ruoli, perché altrimenti dovremmo vivere tutti in una grotta vestiti da licheni. Il punto è non confondere il ruolo con chi siamo.
Qual è la lettura psicologica più utile di Birdman?
La più utile, per me, è questa: smettere di fondare il proprio valore sulla performance. L’evoluzione comoda parte quando riconosci la voce che ti dice “devi essere speciale per meritarti spazio”, poi torni al tuo assetto corretto. Calma per non reagire, lucidità per capire, sintesi per fare ciò che serve davvero.
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La guida per la tua evoluzione comoda. Sono Psicologo-Psicoterapeuta, Trainer-Coach. Ideatore della Strategia Quietmood. Direttore del centro Quietmood di Bologna e direttore della collana BINARIO| libri x evolversi della Dario Flaccovio Editore. Autore del libro LA VITA INIZIA NELLA COMFORT ZONE, Flaccovio Editore, 2022
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