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Quando abbiamo lavorato insieme su La forma dell’acqua, la prima cosa che è emersa non è stata un’interpretazione brillante.
È stato un leggero disagio.
Qualcuno ha detto: “Non ho capito.”
Qualcun altro: “Mi è arrivato dopo.”
Qualcun altro ancora: “Non mi ha emozionato come pensavo.”
Ed è stato lì che il film ha iniziato a lavorare.
Non dalla spiegazione.
Dalla frizione.
Ci sono opere che non consegnano un messaggio chiaro. Creano uno spazio sospeso. E quello spazio, se lo si abita senza fretta, diventa materiale psicologico.
Il distanziamento: perché gli anni ’60 sono un dispositivo
Guillermo del Toro ambienta la storia negli anni ’60, nel pieno della Guerra Fredda. Non è solo una scelta estetica.
È un dispositivo.
Quando osserviamo un’epoca lontana, siamo meno difensivi. La rigidità sociale, la propaganda, la segregazione razziale, la mascolinità granitica appaiono evidenti. Ci sembra tutto più semplice da giudicare.
È rassicurante pensare che fossero “altri tempi”.
Ma il distanziamento temporale funziona come una tecnica clinica: spostare una dinamica su un piano simbolico la rende osservabile senza attivare immediatamente le difese.
Nel laboratorio governativo del film possiamo riconoscere:
l’ossessione per la performance
la paura del diverso
la logica dell’utilità
il controllo come forma di sicurezza
Se fosse ambientato nel presente, molte giustificazioni partirebbero in automatico.
Il passato crea distanza.
La distanza crea lucidità.
Il cinema, in questo senso, diventa uno spazio transizionale (Winnicott): un territorio intermedio dove possiamo osservare le nostre dinamiche senza sentirci attaccati direttamente.
Mostruosità e proiezione
La creatura anfibia viene catturata, isolata, studiata. È classificata come minaccia.
Ma ciò che vediamo non è la sua natura. È lo sguardo che la definisce.
In termini junghiani potremmo parlare di Ombra collettiva: tutto ciò che non rientra nelle categorie dominanti viene proiettato all’esterno e reso mostruoso.
Il mostro non è l’alterità.
È ciò che non riusciamo a integrare.
La creatura è potente nel suo habitat amazzonico. Diventa mostro solo quando viene strappata all’acqua.
Non cambia la sua essenza.
Cambia il contesto.
Emarginazione e falso adattamento
I personaggi centrali sono tutti marginali.
Elisa è muta.
Giles è un artista fuori mercato e omosessuale in un’epoca che non perdona.
Zelda è una donna nera in una struttura gerarchica razziale.
Non sono deboli. Sono fuori asse rispetto al sistema.
Strickland, invece, è perfettamente allineato. È ordine, controllo, efficienza. Legge The Power of Positive Thinking. Si ripete che è forte, che non può fallire.
Qui il film diventa quasi clinico.
Quella compattezza richiama ciò che Winnicott definirebbe falso Sé: un’identità costruita per rispondere alle aspettative dell’ambiente, organizzata difensivamente.
Strickland non è forte.
È rigido.
E la rigidità è una strategia contro l’angoscia.
Quando fallisce una volta, il sistema che ha servito per anni lo scarta senza esitazione.
La società della performance non premia la lealtà. Premia il risultato. Fino al prossimo errore.
L’acqua come inconscio
L’acqua attraversa il film come struttura simbolica costante.
È fluida. Non lineare. Non controllabile.
È il luogo dell’inconscio.
Elisa comunica prima della parola. La relazione con la creatura nasce nel gesto, nella ripetizione, nella presenza.
Il film lavora su un livello pre-verbale: quello della sintonizzazione affettiva, dove la comunicazione non è concettuale ma esperienziale.
Non tutto ciò che conta può essere tradotto.
L’acqua non si spiega.
Si attraversa.
Habitat e holding environment
La creatura è una divinità nell’acqua. Fuori dall’acqua fatica a respirare.
Questa immagine è centrale.
Siamo abituati a pensare il cambiamento come potenziamento individuale: diventare più resilienti, più performanti, più forti.
Il film suggerisce una direzione diversa.
Non sempre il problema è l’insufficienza interna.
A volte è il disallineamento ambientale.
In termini clinici potremmo parlare di holding environment: un contesto sufficientemente buono che permette al Sé di esprimersi senza costruire difese eccessive.
Fuori da quell’ambiente, anche una struttura solida può collassare.
Dentro, può emergere una potenza che sembrava invisibile.
Non è romanticismo. È struttura.
La rigidità come difesa
Strickland rappresenta l’altra polarità.
Controllo. Mascella serrata. Ordine. Pensiero positivo.
Ma il suo ottimismo non è crescita. È difesa maniacale contro la vulnerabilità.
Non integra la fragilità. La espelle.
E ciò che viene espulso ritorna sotto forma di aggressività.
Il vero mostro non è la creatura anfibia.
È la scissione.
Vulnerabilità e integrazione
Elisa non elimina la propria vulnerabilità.
Giles non diventa improvvisamente sicuro.
La creatura non smette di essere fragile fuori dall’acqua.
La forza che emerge non è spettacolare.
È coerenza.
Accettare la vulnerabilità non significa esibirla. Significa non costruire un’identità interamente difensiva.
Rigidità e collasso sono estremi della stessa dinamica.
Fluidità e integrazione permettono continuità.
Il vero mostro
Alla fine, la categoria di mostro si ribalta.
Il mostro non è ciò che è diverso.
È la struttura che non tollera la differenza.
È la performance scambiata per identità.
È la rigidità che si traveste da forza.
L’acqua non argomenta.
Non convince.
Non chiede di essere capita.
Avvolge.
E chi non riesce a respirare dentro quella fluidità la chiama minaccia.
Perché farlo insieme cambia lo sguardo
Quando un film viene attraversato collettivamente, qualcosa cambia.
Uno nota la mancanza.
Un altro la rigidità.
Un altro ancora si accorge che il fastidio iniziale era una difesa.
Il distanziamento non è solo temporale.
È anche collettivo.
Il cinema diventa un terzo elemento tra le persone. Un campo simbolico in cui le dinamiche emergono senza essere immediatamente personalizzate.
Non è cineforum.
È un laboratorio dello sguardo.
E l’acqua, quando la attraversi insieme, cambia temperatura.
Stay cushy, not pushy!
Vuoi leggere i film in questo modo?
Ogni mese lavoriamo su un film diverso, non per recensirlo, ma per osservare le dinamiche profonde che emergono quando lo attraversiamo insieme.
Il cinema non è intrattenimento.
È uno specchio.
Domande frequenti su La forma dell’acqua
Qual è il significato de La forma dell’acqua?
Il film esplora il tema dell’alterità, dell’habitat psicologico e della rigidità sociale. La creatura rappresenta ciò che la società non integra e quindi definisce mostruoso.
Cosa rappresenta l’acqua nel film?
L’acqua simboleggia l’inconscio, la fluidità e l’ambiente in cui l’identità può esprimersi senza irrigidirsi.
Perché il film è ambientato negli anni ’60?
L’ambientazione crea un distanziamento che permette di osservare più chiaramente dinamiche di controllo, paura del diverso e società della performance.
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La guida per la tua evoluzione comoda. Sono Psicologo-Psicoterapeuta, Trainer-Coach. Ideatore della Strategia Quietmood. Direttore del centro Quietmood di Bologna e direttore della collana BINARIO| libri x evolversi della Dario Flaccovio Editore. Autore del libro LA VITA INIZIA NELLA COMFORT ZONE, Flaccovio Editore, 2022
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