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“Ho provato di tutto, ma non ha funzionato nulla. No, veramente, ho provato davvero di tutto.”
Ti è mai capitato di pensare una cosa del genere o di sentirtela ripetere dalle persone che gravitano nella tua vita? A me è capitato tantissime volte, non solo di ascoltare questa frase durante il mio lavoro, ma di pensarla io stesso in prima persona.
Sono il dottor Emilio Gerboni, la guida per la tua evoluzione comoda. Oggi voglio esplorare insieme a te un meccanismo subdolo che genera una frustrazione enorme.
Il problema di fondo è che, molto probabilmente, non hai provato davvero cose diverse per risolvere i tuoi blocchi: hai semplicemente reagito in modi diversi alla stessa identica situazione.
La maggior parte delle persone non sceglie proattivamente come vivere. Si limita a reagire. Reagisce a quello che succede intorno, reagisce alle persone, a ciò che vede online e alle fluttuazioni emotive del momento. E molto probabilmente stai reagendo anche mentre leggi questo articolo.
il 98% del tuo pensiero è inconscio (e tu pensi di scegliere)
Uno dei più grandi luoghi comuni dell’era moderna è che il nostro pensiero sia costantemente razionale e consapevole. Le neuroscienze, invece, stimano che ben il 98% del nostro pensiero sia inconscio. Significa che prendiamo continuamente decisioni e filtriamo la realtà utilizzando programmi automatici.
Questo fenomeno è noto come pilota automatico mentale: il nostro cervello inserisce il “pilota automatico” quando siamo impegnati nei gesti quotidiani, di routine e prevedibili. È un meccanismo prezioso per risparmiare energia cognitiva — camminare, guidare, lavarsi i denti — ma diventa problematico quando governa decisioni importanti.
Quante volte sei arrivato a destinazione in auto senza ricordare la strada percorsa? Quante volte hai risposto “bene, grazie” senza chiederti davvero come stavi?
Questo non riguarda solo i piccoli gesti. Riguarda anche le scelte professionali, le relazioni, i progetti di vita.
due tipi di reattività: quella che vedi e quella che non vedi
Quando parlo di reattività non mi riferisco solo alla reattività impulsiva — quella che parte dal sistema limbico, arrivando prima della riflessione logica e cognitiva, emotiva e istintiva.
Parlo di una reattività più subdola: la reattività delle abitudini — un sistema di automatismi e consuetudini ben radicate che ci illudono di fare qualcosa di nuovo, mentre in realtà stiamo ripetendo gli stessi identici schemi.
Gli automatismi mentali sono profondamente radicati nel nostro cervello. Facciamo cose diverse che in realtà sono la stessa cosa, perché non abbiamo analizzato adeguatamente la situazione e non ci siamo riorientati nella lettura del problema.
“che minchia guardi?” — perché hai già perso se rispondi
Prendiamo un esempio concreto per capire meglio l’illusione di “fare cose diverse”.
Immagina di passeggiare per strada e incrociare una persona palesemente rissosa, magari un “hooligan” su di giri che sta solo cercando un pretesto per attaccare briga. Ti guarda e, per provocarti, ti urla: “Che minchia guardi?”.
- Se tu rispondi dicendo in modo difensivo: “No, guarda che non ti stavo guardando”, pensi di stare applicando una soluzione logica, chiarendo il malinteso.
- Oppure potresti dire: “Scusa, avevo capito male” per calmare le acque.
In realtà, in entrambi i casi stai commettendo un errore: entrando in relazione con lui, hai semplicemente abboccato. La sua domanda era solo una “finta-esca” per pescare la tua attenzione e dare il via all’aggressione.
Quale sarebbe stata la risposta giusta, il vero cambio di schema? Ignorare l’esca, non rispondere in modo pertinente e tirare dritto per la propria strada.
Il problema è che, nella frenesia quotidiana, non ci fermiamo abbastanza a lungo per capire a quale livello stiamo rispondendo. Come diceva Napoleone: “Se ho molta fretta, vado molto piano”. Noi invece corriamo come pazzi e ci schiantiamo.
8 italiani su 10 a rischio burnout: zombie produttivi che si scavano la tomba
A volte, a livello preconscio, ci rendiamo perfettamente conto che la nostra vita ha deragliato. Eppure, la fatica e il terrore di buttare via ciò che abbiamo già costruito ci spingono a dire: “Ormai sono qui, continuiamo così”.
Così finiamo per costruirci un inferno su misura, un destino di disagio che era del tutto prevedibile.
I numeri in Italia sono allarmanti. Secondo un’analisi condotta da Unobravo, nel primo quadrimestre del 2024 si è registrato un aumento del 109,7% delle persone che cercano supporto psicologico per problemi legati al lavoro. Il 31,8% dei lavoratori dipendenti ha provato sensazioni di esaurimento, di estraneità o comunque sentimenti negativi nei confronti del proprio lavoro.
Rispetto allo stesso periodo del 2023, sono aumentate del 17,9% le denunce di malattie professionali legate a disturbi psichici e comportamentali. Tra coloro che temono di soffrire di burnout, l’82,9% potrebbe essere a rischio, di cui il 61,6% a rischio elevato.
Questi dati non raccontano solo di stress lavorativo. Raccontano di persone che hanno perso il controllo della propria vita, che continuano a lavorare nel problema invece che sul problema. Diventiamo schiavi delle nostre stesse attività.
Come diceva Aldous Huxley: ci intossichiamo con il lavoro per non vedere come siamo realmente. Preferiamo non mettere mai in discussione le nostre premesse di base, accontentandoci di essere degli zombie iper-produttivi.
smetti di salvare chi affoga: qualcuno li sta buttando in mare
Michael Gerber, noto consulente aziendale, insegna una distinzione fondamentale: non devi lavorare nel business, ma sul business. Se il modello di business o i sistemi che lo costituiscono sono difettosi, genereranno continuamente le problematiche che cerchi di correggere. Il problema è nel sistema: se non intervieni sul sistema, il problema si ripeterà.
Due metafore ci aiutano a capirlo:
1. La ruota dei salvataggi: Immagina di essere su una spiaggia e vedere una persona che affoga. La salvi. Poi ne vedi un’altra, e un’altra ancora. Continui a tuffarti finché, esausto, noti che sulla scogliera c’è un tizio che continua a buttare gente in mare. La soluzione definitiva non è nuotare più veloce, ma fermare chi li butta in acqua.
2. La barca bucata: Sei su una barca che imbarca acqua. Invece di continuare a svuotarla affannosamente con i secchi, devi fermarti a tappare le falle.
Lo stesso vale per la mente. Dobbiamo lavorare SULLA mente, non NELLA mente.
Lavorare sulla mente significa revisionare le premesse installate dentro di noi — quelle premesse automatiche che fungono da lente per reagire e affrontare la realtà. Significa esaminare i punti di partenza dell’osservazione della realtà.
Una domanda utile è: “A cosa sto reagendo? A quale idea, a quale visione sto reagendo in questo momento? È vera?”
a cosa stai reagendo? (spoiler: a un’idea che non hai mai verificato)
Il pensiero divergente analizza e mette in discussione le premesse da cui osserviamo la realtà, permettendo l’innovazione a tutti i livelli. Serve soprattutto quando siamo impantanati e abbiamo la sensazione di provare cose diverse senza ottenere nulla di nuovo.
Come un’azienda è formata da sistemi e macroaree, la nostra mente e la nostra vita si strutturano in modelli traducibili in copioni, schemi percettivi, teatrini — comici, drammatici o grotteschi — che si ripetono. Dobbiamo lavorare su quei modelli introiettati che operano senza che ce ne accorgiamo.
L’esercizio del controllo cosciente è sempre possibile ma produce carico cognitivo. Il carico cognitivo affatica il muscolo del controllo cosciente. Conseguentemente processi automatici assumono maggior rilievo.
non esiste una chiave universale (e chi te la vende ti sta fregando)
Per interrompere questo circolo vizioso servono strumenti che permettono di sondare le premesse, vedere punti di vista diversi e in maniera strutturata. Servono specchi non deformanti, specchi fedeli che aiutino a leggere le situazioni e a ottenere nuove lenti e chiavi di lettura.
Più chiavi interpretative hai, più puoi leggere contesti differenti: non esiste una chiave universale, ma molte chiavi che aprono porte diverse. Il compito è trovare la chiave giusta per la serratura giusta.
Questo è esattamente il principio su cui si basa Quiet Circle, la membership pensata per la tua evoluzione comoda. All’interno di questo spazio lavoriamo insieme, con strumenti concreti (esercizi, audio ipnotici, workshop pratici), proprio per sondare queste premesse inconsce e imparare a disinnescare la reattività impulsiva.
Ecco alcune domande per iniziare:
- A cosa sto reagendo in questo momento? A un fatto reale o a un’interpretazione automatica?
- Questa premessa da cui parto è vera? O è solo un’abitudine mentale?
- Sto lavorando NEL problema o SUL problema? Sto gestendo urgenze o sto cambiando il sistema?
- Perché ho iniziato a fare quello che sto facendo? Il senso originale è ancora valido?
Gli automatismi mentali sono meccanismi fissati nella mente, che evitano che l’uomo entri in contatto con elementi pericolosi e poco piacevoli, come l’angoscia, il dolore, il vissuto di perdita e di abbandono. Per questo fermarsi e riflettere può provocare sofferenza. Ma è l’unico modo per riprendere il controllo.
la prossima volta che dici “ho provato tutto”, fermati
“Ho provato di tutto” è spesso una confessione inconsapevole: ho reagito in molti modi diversi, ma sempre dallo stesso punto di vista, con le stesse premesse, con lo stesso pilota automatico inserito.
L’evoluzione non avviene fuori dalla comfort zone attraverso sforzi eroici. Avviene dentro, espandendola gradualmente, con consapevolezza. Avviene quando smetti di reagire e inizi a scegliere.
La prossima volta che ti ritrovi a dire “ho provato di tutto”, fermati. Chiediti: ho davvero provato cose diverse, o ho solo reagito in modi diversi?
Non fare il Bianconiglio che corre senza sapere dove sta andando.
Stay cushy, not pushy. 🦥
Un saluto dal tuo Dottor Emilio Gerboni
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FAQ: Domande Frequenti sulla Reattività Mentale
Cos’è la reattività mentale? La reattività mentale è l’insieme di automatismi acquisiti che ci fanno reagire alle situazioni invece di scegliere consapevolmente come rispondere. Include sia la reattività impulsiva (emotiva, istintiva) sia la reattività delle abitudini (schemi consolidati che si ripetono inconsapevolmente).
Come si disattiva il pilota automatico del cervello? Attraverso domande di consapevolezza (“A cosa sto reagendo?”), pause deliberate prima delle risposte automatiche, e strumenti per esaminare le premesse da cui osserviamo la realtà. Il pensiero divergente e la pratica di lavorare SULLA mente (non NELLA mente) sono fondamentali.
Qual è la differenza tra reattività e reazione? La reazione è una risposta impulsiva emotiva che parte dal sistema limbico. La reattività è un pattern automatico più profondo, un modo abituale di affrontare situazioni che si ripete inconsapevolmente attraverso schemi consolidati.
Perché continuiamo a ripetere gli stessi schemi anche quando non funzionano? Perché il 98% del nostro pensiero è inconscio. Gli automatismi mentali ci fanno risparmiare energia cognitiva, ma ci intrappolano in copioni ripetitivi. Inoltre, il terrore di aver sprecato tempo ed energie ci spinge a continuare sulla stessa strada invece di fermarci e cambiare direzione.
Cosa significa lavorare SULLA mente invece che NELLA mente? Lavorare NELLA mente significa gestire continuamente le urgenze e i sintomi. Lavorare SULLA mente significa revisionare il sistema stesso: esaminare e modificare le premesse, gli schemi percettivi e i copioni automatici che generano quei problemi.
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La guida per la tua evoluzione comoda. Sono Psicologo-Psicoterapeuta, Trainer-Coach. Ideatore della Strategia Quietmood. Direttore del centro Quietmood di Bologna e direttore della collana BINARIO| libri x evolversi della Dario Flaccovio Editore. Autore del libro LA VITA INIZIA NELLA COMFORT ZONE, Flaccovio Editore, 2022
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