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Stephen King un giorno cammina per Boylston Street a Boston.
C’è una batterista che suona sul marciapiede, e King si mette a osservare i passanti. A un certo punto immagina una cosa: un tizio in giacca e cravatta, valigetta, faccia da contabile che non ha mai fatto niente di spontaneo in vita sua, che si ferma, ascolta quel ritmo, e non riesce a resistere. Si mette a ballare. Lì, in mezzo alla gente, con la cravatta che gli sbatte sulla faccia.
Da quella visione nasce tutto.
Il racconto (The Life of Chuck, pubblicato nel 2020 nella raccolta Se scorre il sangue) arriva in piena pandemia. Il mondo stava elaborando collettivamente una roba che di solito evitiamo con cura chirurgica: il fatto che siamo mortali. Che il sistema è fragile. Che le certezze si sgretolano. E King, che ha passato una carriera intera a farci paura, stavolta risponde con qualcosa di completamente diverso. Con la gratitudine. Con la gioia.
Mike Flanagan prende quel racconto e ci fa un film. Flanagan, per chi non lo conoscesse, è il regista di The Haunting of Hill House, Doctor Sleep, Midnight Mass. Lo definiscono l’autore horror più significativo della sua generazione, ma in realtà fa un cinema umanista mascherato da horror. I suoi fantasmi non sono trovate narrative, sono il rimosso che torna a bussare. Le sue case non sono location, sono costrutti psicologici. E la sua frase firma, quella di Hill House (“siamo tutti storie, alla fine”), è praticamente un principio di psicoterapia narrativa detto con le luci spente.
Con The Life of Chuck, Flanagan smette del tutto di fare horror. Fa qualcosa di più coraggioso: guarda la morte in faccia e decide di sorridere.
(Fun fact: Stephen King ha detto che questo film è superiore allo Shining di Kubrick. Che detta da King è praticamente una dichiarazione di guerra intergalattica.)
Il film ha vinto il Premio del pubblico al Toronto International Film Festival 2024, battendo Emilia Pérez di Audiard. E quando un film sulla morte vince un premio del pubblico, capisci che ha toccato qualcosa di universale.
Bene. Entriamo dentro.
La Vita al Contrario (e Perché Cambia Tutto)
Il film ha una struttura che sembra un errore e invece è la cosa più intelligente dell’intera operazione. È diviso in tre atti, ma raccontati al contrario. Si parte dalla fine e si arriva all’inizio.
| Atto | Quando | Cosa succede |
|---|---|---|
| Atto I | Chuck a 39 anni | Il mondo crolla. Apocalisse urbana, celebrazione misteriosa |
| Atto II | Chuck adulto | La danza in strada. Il presente come scelta |
| Atto III | Chuck bambino | La cupola proibita. L’origine di tutto |
Ora, perché raccontare una vita dalla fine?
Perché cambia completamente il modo in cui la guardi. Noi normalmente viviamo in avanti, con l’ansia di quello che verrà. Dove andrò, cosa succederà, ce la farò. Il film ti toglie quell’ansia di colpo, perché l’esito lo conosci già. Chuck muore. A 39 anni. Di un tumore al cervello. Fine del mistero.
E allora cosa resta?
Resta il viaggio. Resta ogni singola scena del suo passato che diventa enormemente più preziosa proprio perché sai già come finisce.
Dal punto di vista psicologico, questo è un reframing cognitivo bello potente. Le tecniche di accettazione attiva in psicologia positiva funzionano esattamente così: se smetti di combattere contro la destinazione, puoi finalmente concentrarti sul valore di quello che stai vivendo adesso. Il film non te lo spiega con un manualetto. Te lo fa sentire nello stomaco, scena dopo scena, mentre realizzi che quell’infanzia, quel ballo, quella conversazione con la maestra avevano un peso cosmico.
L’ansia per ciò che sarà, molto spesso, ci ruba la meraviglia di ciò che è. E questo film te lo sbatte in faccia con una delicatezza disarmante.
“Contengo Moltitudini” (Il Tuo Cosmo Personale)
Il cuore filosofico di tutta la faccenda sta in un verso di Walt Whitman, da Song of Myself (1855):
“Mi contraddico? Va bene, mi contraddico, sono vasto, contengo moltitudini.”
Nel film, la maestra di Chuck glielo spiega quando è bambino. E il concetto è questo: ogni essere umano, nel corso della vita, costruisce un universo interiore fatto di ricordi, relazioni, facce incrociate per strada, luoghi, odori, dolori, gioie. Un cosmo irripetibile. Quando quella persona muore, quel cosmo si spegne.
E qui arriva il colpo di genio del film.
L’apocalisse che vediamo nel primo atto, le voragini che si aprono, le reti in blackout, le città che cedono, la gente che vaga persa come zombie, non è la fine del pianeta. È la chiusura della coscienza di Chuck. Il tumore avanza, e il suo universo interiore si sta spegnendo pezzo per pezzo. Le figure che riempiono quell’apocalisse non sono personaggi reali, sono tracce mnemoniche, persone incontrate di sfuggita che avevano lasciato un segno nel suo cosmo.
(Nicola, nella sessione Cinemood, ha colto perfettamente questa cosa quando ha parlato della scena degli “zombie”: “Mi è piaciuta la scena di come le persone camminassero perse, senza telefono, senza internet. Non sapevano più come fare.” E ha ragione, perché quella scena funziona su due livelli: è sia la rappresentazione di quanto siamo dipendenti dalla connessione tecnologica, sia la metafora di un cervello che sta perdendo le sue connessioni interne.)
Ora, il punto psicologico importante è questo. Noi facciamo un errore cognitivo gigantesco: ci etichettiamo in modo monodimensionale. “Sono un contabile.” “Sono una persona ansiosa.” “Sono quello che non riesce mai a finire le cose.” Come se fossimo una riga su un foglio Excel.
Il film dice: no. Tu sei un cosmo. Contraddittorio, caotico, pieno di roba che non capisci nemmeno tu. E va benissimo così.
C’è un aspetto ancora più sottile che è emerso nella riflessione del gruppo. Da bambini conteniamo moltitudini naturalmente: siamo curiosi di tutto, non abbiamo ancora deciso “cosa siamo”. Poi la vita adulta ci chiede di specializzarci, di scegliere una corsia, di ridurre. Chuck diventa contabile. E in quella riduzione sembra perdere pezzi di sé. Ma il film ci rassicura: quelle passioni, quei talenti, quelle parti di noi che abbiamo messo in cantina non sono morte. Sono sepolte, ma pronte a riemergere. Come la danza.
(Nicole ha notato una cosa bellissima durante la visione: “Ci sono alcune frasi che vengono ripetute in momenti diversi.” Flanagan usa queste rime verbali, insieme alle rime visive, come un sistema di echi tra le tre epoche. Non mette didascalie. Non spiega. Lascia che il tuo cervello faccia le connessioni da solo. Che è esattamente come funziona la buona psicoterapia, tra l’altro.)
“Thanks, Chuck” (Ovvero: la Tua Vita Ordinaria Vale un Cartellone Pubblicitario)
Nel primo atto, mentre il mondo di Chuck si sta disfacendo, appaiono questi cartelloni enormi per le strade: “Thanks, Chuck, 39 years of service.” Nessuno sa chi sia Chuck. Nessuno capisce perché ci siano. La gente li guarda e si chiede se sia una campagna virale, uno scherzo, un meme dell’apocalisse. Nicole, durante il Cinemood, l’ha descritto perfettamente: “Nessuno sa chi è, ma lo definiscono l’ultimo meme, il mago di Oz dell’Apocalisse.”
E invece quei cartelloni sono la cosa più commovente del film.
Perché sono la celebrazione pubblica di una vita che, vista da fuori, non ha niente di spettacolare. Chuck Krantz è un contabile. Non ha salvato il mondo, non ha inventato niente, non ha un milione di follower. Ha fatto il suo lavoro per 39 anni. Punto.
Flanagan con quei cartelloni ci dice una cosa che in psicologia ripetiamo fino alla nausea (e che nessuno ascolta mai): non esistono vite prive di rilevanza. L’universo interiore di un contabile è cosmicamente importante quanto quello di una rockstar. La differenza la vede solo chi giudica dall’esterno.
Viviamo in un’epoca in cui se non sei straordinario sembra che non esisti. I social ti bombardano di vite perfette, successi clamorosi, mattinate produttive con il journaling alle 5:30 e lo smoothie verde (e se hai letto qualcosa di Quietmood sai già come la penso su quella roba). Il risultato è che ci sentiamo perennemente inadeguati rispetto a uno standard che, tra l’altro, non esiste nemmeno.
The Life of Chuck è l’antidoto. Ti dice: la tua vita normale, con le sue giornate ripetitive e i suoi momenti microscopici di bellezza, merita un cartellone.
C’è un dettaglio nel film che rende tutto ancora più ricco. Il nonno di Chuck (interpretato da Mark Hamill, sì, Luke Skywalker in persona) usa la matematica e la logica per spiegargli la realtà. E gli dice, in sostanza, che anche il pensiero razionale può diventare arte. Che non c’è niente di grigio in una mente che sa ragionare. Marco, nella chat Cinemood, ha agganciato questo concetto a qualcosa di molto profondo: “Uno deve seguire la propria vocazione, come disse James Hillman, il daimon.” Ecco. Chuck segue il suo daimon facendo il contabile. E quel daimon è sacro quanto quello di chi fa il musicista, il pittore o l’astronauta.
Diversificare le prospettive interiori. Smettere di misurare il valore della propria vita con il metro degli altri. Cominciare a guardarsi con la stessa gratitudine con cui guarderemmo quel cartellone.
La Stanza Chiusa (e il Paradosso dell’Attesa)
Nell’atto III, Chuck è un bambino. Vive con i nonni in una casa piena di affetto silenzioso. Ma in cima alle scale c’è una porta chiusa. Una cupola proibita. E quando Chuck riesce a guardare attraverso quella porta, vede una cosa devastante: la propria morte futura.
In qualsiasi altro film, questa rivelazione condannerebbe il protagonista all’angoscia. Sapere da bambino che morirai a 39 anni di un tumore al cervello, che roba è? È la fine della spensieratezza. È il terrore permanente.
Invece Chuck fa una cosa diversa. Sceglie di vivere con quella consapevolezza, senza che lo distrugga. La custodisce come un segreto. E quel segreto, paradossalmente, rende ogni momento della sua vita più luminoso.
È un concetto che in psicoterapia conosciamo bene: la consapevolezza della mortalità, quando viene accolta (non repressa, non ossessionata, accolta), diventa un amplificatore del presente. Se sai che il tempo è finito, ogni istante acquista peso. La morte non è il nemico. Il nemico è far finta che non esista.
Marco, durante la discussione del Cinemood, ha toccato un nervo importante con una domanda semplice: “La frase ‘l’attesa è la cosa peggiore’, cosa ne pensate?” E Nicole ha risposto: “Perfettamente d’accordo.”
Hanno ragione tutti e due. L’attesa di una diagnosi, l’attesa di un risultato, l’attesa di qualcosa che sai che arriverà ma non sai quando. È più logorante dell’evento stesso. La psiche si consuma nell’anticipazione.
Il film propone un meccanismo di difesa interessante che potremmo chiamare “ignoranza selettiva”. Filtrare le informazioni che non puoi gestire. Non per evitamento patologico, attenzione. Per protezione dei propri confini mentali. Una specie di dieta informativa per impedire che il peso del domani schiacci il potenziale dell’oggi.
La vita, se ci pensi, è a tutti gli effetti una condizione a termine con un tasso del 100%. Lo sappiamo tutti. Ma la maggior parte di noi vive come se non fosse vero, e quando qualcosa ce lo ricorda (una malattia, un lutto, una pandemia globale) andiamo in cortocircuito. Chuck no. Chuck prende quella verità, la mette nella stanza chiusa in cima alle scale, e la trasforma nella spinta per vivere ogni giorno come una scelta consapevole.
La Danza come Atto di Resistenza
E arriviamo alla scena per cui vale la pena vedere il film. La scena che è nata su quel marciapiede di Boston dalla fantasia di Stephen King.
Chuck è adulto. Giacca, cravatta, la faccia di Tom Hiddleston con quell’espressione da uomo che ha dimenticato com’è sentire qualcosa. Cammina per strada e incontra una batterista ambulante. Sente il ritmo. Si ferma. E lentamente, quasi controvoglia, il corpo comincia a muoversi.
Poi si lascia andare del tutto. Balla. Con tutto se stesso.
Flanagan ha definito questa sequenza il “manifesto etico” del film. E ha ragione, perché quella danza non è un momento decorativo. È una dichiarazione: il corpo, la gioia, il presente sono atti di resistenza. Contro la routine, contro la paura, contro l’ombra che ti aspetta.
Il fatto che dentro quella vitalità si stia già insinuando il tumore la rende ancora più sacra. Chuck non balla nonostante la morte. Balla sapendo. È la differenza tra leggerezza e incoscienza.
Psicologicamente, quello che vediamo è un atto di grounding (radicamento) estemporaneo. Chuck torna nel corpo dopo anni di vita “dalla testa in su”. Il ritmo della batteria lo riporta al presente fisico, sensoriale, animale. Quella cosa che succede quando smetti di pensare e cominci a sentire.
Marco, nella chat del Cinemood, ha colto un aspetto che a molti è sfuggito: “Anche il tema del giudizio degli altri, quando Chuck non vuole ballare con la ragazza che è molto più alta di lui.” È un dettaglio piccolo ma enorme. Perché Chuck deve superare due resistenze per ballare: quella interiore (la paura di lasciarsi andare) e quella sociale (il giudizio degli altri, il fatto di “non essere all’altezza”, letteralmente). Quando supera entrambe, succede la magia.
Nicole ha aggiunto un’osservazione che mi ha colpito: “Il moonwalk fa sempre da svolta. Da quel punto in poi succede sempre qualcosa.” Come se ci fosse un gesto preciso, un punto di non ritorno fisico, dopo il quale il corpo prende il comando e la testa finalmente molla. Nella danza come nella vita.
Il ballo è anche la metafora di quei legami invisibili che ci connettono agli sconosciuti. Le persone con cui danziamo nella vita quotidiana senza saperlo. Marco, nella prima parte della discussione, ha sintetizzato la lezione centrale che si è portato a casa: “Il potere della parola e non farsi influenzare dalla negatività degli altri.” Che è esattamente quello che succede in quella piazza: la musica crea un campo in cui la negatività perde potere e la connessione umana vince.
Nicole ha anche notato una frase del film che merita riflessione: “Quando va tutto a rotoli sappiamo solo dire ‘che schifo’. Forse siamo noi che facciamo schifo.” È una provocazione gentile. Ci ricorda che il modo in cui reagiamo al caos dice più di noi che del caos stesso. E che a volte la risposta più coraggiosa al “che schifo” è, appunto, ballare.
Cosa Rimarrebbe del Tuo Universo?
Tom Hiddleston, in un’intervista sulla lavorazione del film, ha citato Voltaire: “Abbiamo due vite. La seconda inizia quando capiamo di averne una sola.”
Se dovessi scegliere un sottotitolo per The Life of Chuck, sarebbe quello.
Il film non ti chiede di fare cose eroiche. Non ti dice di mollare tutto e seguire i tuoi sogni, di svegliarti alle 5 e meditare sotto la doccia fredda. Ti chiede solo di guardare la vita che hai già. Di riconoscere che contiene moltitudini. Di accettare le contraddizioni, i momenti grigi, le giornate in cui fai il contabile e non sembra succedere niente.
Perché sta succedendo tutto. Il tuo cosmo si sta riempiendo. Ogni faccia incrociata per strada, ogni conversazione, ogni ritmo che ti attraversa il corpo senza che tu decida di ascoltarlo. Tutto entra e resta.
La domanda che il film lascia, la stessa che proponiamo nelle sessioni Cinemood, è questa: Cosa rimarrebbe di me, se il mio universo interiore si chiudesse oggi?
Non è una domanda angosciante. È la domanda più libera che puoi farti. Perché la risposta, se sei onesto, sarà sempre più ricca di quello che pensi. Sarà piena di roba che non metti nel curriculum. Di persone che non sai nemmeno di aver toccato. Di momenti che sembravo insignificanti e invece erano il cuore di tutto.
Ogni esistenza umana è un cosmo. Ogni cosmo merita i propri cartelloni pubblicitari.
Thanks, Chuck.
E un abbraccione anche a Marco, Nicole, Nicola e Giordano, che con le loro riflessioni hanno reso questa analisi viva.
Stay cushy, not pushy! 🦥
Un abbraccione dal dottor Emilio Gerboni.
Ciao!
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FAQ: The Life of Chuck
Di cosa parla The Life of Chuck?
The Life of Chuck è un film diretto da Mike Flanagan, tratto dall’omonimo racconto di Stephen King pubblicato nel 2020 nella raccolta Se scorre il sangue. Racconta la vita di Charles “Chuck” Krantz, un contabile che muore a 39 anni di tumore al cervello. La particolarità è che la storia viene narrata al contrario: si parte dalla sua morte e si arriva all’infanzia. Il film esplora il valore della vita ordinaria, la consapevolezza della mortalità e l’idea (presa da Walt Whitman) che ogni essere umano contenga un intero universo interiore.
Perché The Life of Chuck è raccontato al contrario?
La struttura cronologica inversa non è un vezzo stilistico. Serve a cambiare radicalmente la prospettiva dello spettatore. Sapendo già come finisce la storia, l’ansia per il futuro scompare e ogni scena del passato di Chuck acquista un peso emotivo enorme. È un meccanismo narrativo che funziona come un reframing cognitivo: ti costringe a guardare una vita già conclusa e a trovarci bellezza invece che tragedia.
Cosa rappresenta l’apocalisse nel film The Life of Chuck?
L’apocalisse del primo atto (le voragini, il blackout di internet, le città che cedono) non è la fine del mondo reale. È la rappresentazione visiva della coscienza di Chuck che si spegne mentre il tumore avanza. Le persone che appaiono in quelle scene sono tracce mnemoniche, ricordi di volti incrociati nella sua vita. Flanagan rende letterale il concetto di Whitman: quando una persona muore, un intero cosmo scompare con lei.
Cosa significa la scena della danza in The Life of Chuck?
La scena in cui Chuck balla per strada con una batterista ambulante è il cuore emotivo del film. Flanagan l’ha definita il “manifesto etico” dell’opera. Rappresenta la scelta di vivere pienamente il presente attraverso il corpo, la gioia e la connessione con gli altri. Il fatto che Chuck balli sapendo (grazie alla rivelazione avuta da bambino) che il suo tempo è limitato rende quel momento ancora più significativo. L’origine della scena è autobiografica: Stephen King immaginò la storia osservando una batterista su Boylston Street a Boston.
Cosa sono i cartelloni “Thanks, Chuck” nel film?
I cartelloni “Thanks, Chuck, 39 years of service” che compaiono durante l’apocalisse del primo atto sono la celebrazione silenziosa di una vita ordinaria. Chuck non è un eroe, non ha compiuto imprese straordinarie. Ha fatto il contabile per 39 anni. Flanagan usa quei cartelloni per dire che ogni esistenza anonima ha un valore cosmico e merita riconoscimento.
The Life of Chuck è un film horror?
No. Nonostante sia diretto da Mike Flanagan (regista di The Haunting of Hill House, Doctor Sleep e Midnight Mass) e tratto da Stephen King, The Life of Chuck non è un film horror. È un dramma esistenziale che guarda la morte in faccia e risponde con gratitudine e gioia. Lo stesso King, che lo ha scritto in piena pandemia da COVID-19, voleva elaborare il tema della mortalità senza la paura, ma attraverso la celebrazione della vita.
Che premi ha vinto The Life of Chuck?
Il film ha vinto il Premio del pubblico al Toronto International Film Festival 2024, battendo tra gli altri Emilia Pérez di Jacques Audiard. Stephen King ha dichiarato di considerarlo superiore allo Shining di Kubrick dal punto di vista della fedeltà all’intenzione autoriale.
Cosa c’entra Walt Whitman con The Life of Chuck?
Il verso di Whitman “Mi contraddico? Va bene, mi contraddico, sono vasto, contengo moltitudini” (da Song of Myself, 1855) è la chiave di lettura filosofica dell’intero film. La maestra di Chuck glielo spiega da bambino, e quel concetto attraversa tutta la storia: ogni persona accumula nel corso della vita un universo interiore fatto di ricordi, relazioni, esperienze. Un cosmo irripetibile che si spegne con la morte, ma che ha avuto un valore immenso.
Dove posso vedere The Life of Chuck?
Il film, prodotto da Intrepid Pictures, è stato distribuito nelle sale cinematografiche nel corso del 2025. Per la disponibilità in streaming, controlla le piattaforme attive nel tuo paese al momento della ricerc
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La guida per la tua evoluzione comoda. Sono Psicologo-Psicoterapeuta, Trainer-Coach. Ideatore della Strategia Quietmood. Direttore del centro Quietmood di Bologna e direttore della collana BINARIO| libri x evolversi della Dario Flaccovio Editore. Autore del libro LA VITA INIZIA NELLA COMFORT ZONE, Flaccovio Editore, 2022
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